lunedì, 28 maggio 2007
Il blog DamsdalVivo ha cambiato casa. Ci siamo spostati all'indirizzo
www.damsdalvivo.org
veniteci a trovare.
Ora siamo ancora più scatenati!

Scusate per il disagio.

Jacopo Michieli
postato da: damsdalvivo alle ore 28/05/2007 12:20 | Permalink | commenti (1)
categoria:
domenica, 27 maggio 2007
Ciao a tutti coloro che provano a passar da queste parti (spero ormai pochissimi), io sono Fabio e sono il nuovo amministratore di questo blog. Volevo solo avvisare chiunque passi di qui che ormai il blog si è spostato definitivamente sulla nuova piattarforma cambiando completamente grafica e arricchendosi di nuove funzionalità!!!!!

Allora, venite a trovarci al link www.damsdalvivo.org

Ciao ciao.

Fabio
postato da: damsdalvivo alle ore 27/05/2007 17:19 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 18 marzo 2007

Per festeggiare l'ottavo compleanno del Balletto dell’Esperia, la compagnia presenta "Schegge", uno spettacolo-galà, costituito da estratti delle più importanti coreografie della compagnia e da alcuni brevi assaggi di produzioni inedite. Il palco che li ospita è quello della cavallerizza reale, uno spazio che non ho mai visto e che trovo gradevolmente accogliente. Lo spettacolo comincia verso le 9.30, con la platea gremita di gente. Il mio volto che cerca di essere rilassato e disteso, come a voler dimostrare di essere a mio agio in un ambiente che ben conosco, lascia invece trasparire l’emozione dell’essere in realtà, per la prima volta, spettatore ad una rappresentazione di danza. Lo spettacolo inizia, “Distillate manovre”, coreografato da Polo Mohovich, è la prima rappresentazione, su musica dei Rem. Quattro corpi al centro del palco si muovono lentamente, con eleganza, si stringono e si fondono tra loro, braccia si muovono sontuosamente alla ricerca di un contatto, ma rapidamente si ritirano come serpenti spaventati al suo incontro, e gambe che si slanciano verso l’alto per poi riposarsi delicatamente a terra. Rimango molto affascinato da questa coreografia così sperimentale, l’attenzione di tutti è stata facilmete catturata, lo spettacolo può andare avanti. Sono undici le “schegge” che formano l’intero spettacolo, spesso molto diverse tra loro, sia nella forma stilistica, che nell’emozione trasmesseci. Tra quelle per me più coinvolgenti, rientrano sicuramente, oltre a quella di Distillate manovre, l’estratto da “When water Wishpers”, coreografata da Imma Rubio, che chiude la prima parte dello spettacolo, ma anche Foglia caduca, interpretata dallo stesso Mohovich, su musiche di Ben Harper. E infine, e chi non sarà d’accordo con me, l’estratto da “Pop-act1” – The sodom and Gomorrah show, la coreografia che chiude la serata, energica e divertente, su musica dei Pet Shop Boys, che come fa già intendere il titolo, ha una forte componente pop. Applausi, l’intera compagnia in fila sul palco avanza, raccoglie le sue gratifiche, si inchina e nel tornare indietro si spengono le luci. Ma gli applausi continuano, si riaccendono le luci, tutti i ballerini allora tornano a salutare il pubblico, inchino, arretrano, via le luci…, ma gli applausi continuano, il rito si ripete, ancora e ancora, per circa cinque minuti. Inizia a diventare irritante la cosa. Capisco il loro gioco, finchè continueremo noi, continueranno anche loro, allora penso:<< va bene, smetto per primo io>>, abbandono l’applauso, il pubblico intero subito segue il mio gesto ed in pochi secondi è silenzio.

Roberto Polizzi
postato da: damsdalvivo alle ore 18/03/2007 14:17 | Permalink | commenti (2)
categoria:
domenica, 18 marzo 2007
Marco Benna è un fotografo per passione, e non per lavoro, così lui si è definito nell’intervista che ha rilasciato a me e Paola Bologna, per questo blog e per Piemonte dal vivo.
Questa è una premessa importante per capire il suo approccio alla fotografia.
Guardando nel suo sito personale, gli  scatti per il progetto fotografico “Beck” o quelli realizzati durante i vari spettacoli di danza da lui immortalati, mi sono subito reso conto che il suo modo di lavorare, è privo di quella patinatura che spesso i professionisti del settore utilizzano, per essere sicuri che il proprio lavoro venga apprezzato. Anche la scelta delle inquadrature ha un taglio molto personale, come dice lui stesso, va a “scoperchiare” la realtà che gli viene posta di fronte, non a documentarla.
I  progetti sono per di più realizzati totalmente in bianco e nero e, pensate un po’, in pellicola!
Questo non vuol dire che non ci sia ricerca e professionalità all’interno del suo lavoro, vuol dire solo che queste virtù non sono piegate a leggi di mercato e quindi, vengono sfruttate solamente a fini espressivi.
La galleria intitolata “geografie” è un ottimo esempio di questa simbiosi tra fine capacità e modalità d’esperssione fortemente personali.
L’intervista è lunga e interessante, Marco e un ottimo oratore e rimango in silenzio ad ascoltare le sue riflessioni sulla ricerca dell’immagine, consigli su chi, secondo il suo parere, ha dato dei nuovi  punti di vista alla fotografia, e ci permettiamo anche una più banale divagazione sul mondo delle reflex digitali. Io, come appassionato di fotografia, sono lì per spulciare dalla sua esperienza pluriennale, ma non faccio troppe domande, non ne sento neanche il bisogno, le risposte arrivano senza che io apra bocca.
Raccontarvi tutto non è possibile, qui ho voluto solo rilasciare le mie impressioni su questo interesante incontro, ma per fortuna la nostra avantissima Paola Bologna, ha filmato tutta l’intervista disponibile sul sito di Piemonte dal Vivo, al link:
Marco Benna su Piemonte Dal Vivo


Se siete invece interessati a vedere alcune gallery di Marco Benna o a sapere qualcosa di più su di lui, il suo sito personale è:


Roberto Polizzi
postato da: damsdalvivo alle ore 18/03/2007 14:13 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 14 marzo 2007
Sala Espace, giovedì 8marzo ore 21,00.
 
Quinto appuntamento con la rassegna di nuove esperienze teatrali in scena a Torino e in Piemonte, “Rigenerazione”. Questa sera è la volta della Compagnia Unoetrino con lo spettacolo “SalomèèmolaS” che vengono presentati dal Professor Gigi Livio.
In scena sono già presenti quattro attori (due donne e due uomini) nudi a fare da cornice , che rimarranno faticosamente nella stessa posizione fino al termine della rappresentazione. Entrano i due attori principali che danno vita ad un dialogo rafforzato dalle voci fuori campo e dalle movenze di altri attori posti dietro ad un telo che con le loro ombre sottolineano il senso del dialogo.
Lo spettacolo vuole essere una denuncia al sistema, soprattutto al sistema teatrale istituzionalizzato, vuole essere una provocazione, si contesta il teatro cosiddetto “serio”, si deridono Castri, Ronconi e compagnia bella, si insulta il pubblico, lo si irrita, gli si da del “coglione”, addosso al pubblico si lanciano oggetti, spaghetti al pomodoro, un bicchiere di vetro, un secchio d’acqua (spero fosse solo acqua). Io non mi sposto dalla mia sedia posta di fronte alla scena (chi conosceva la compagnia si è guardato bene dal mettersi troppo vicino e troppo centrali al palco), mi prendo spaghetti, acqua e per fortuna non il bicchiere di vetro; sono irritata, infastidita, l’istinto è quello di prendere una sedia e lanciarla in testa ad uno dei due attori protagonisti. Ma il mio è solo fastidio, non colgo nessun tipo di provocazione, quello che fanno è già stato visto, è già stato fatto. Non c’è arte nella loro denuncia. Si distrugge per far rinascere, la distruzione fine a se stessa non ha senso.
A livello scenico mi piace molto l’uso delle voci fuori campo rafforzative e l’utilizzo del telo per le ombre, da un senso di profondità; dopo un po’ il dialogo però si perde, a tenere l’attenzione dello spettatore sono proprio quegli escamotage ripresi dalle avanguardie, insomma la tensione aumenta quando si teme di sciuparsi il paltò!
Al termine dello spettacolo la sala è in disordine e semivuota (gli spettatori rimasti sono in zona franca ai lati), chi doveva commentare la rappresentazione è andato via disgustato, chi è rimasto non aveva molto da dire… ma è proprio adesso che inizia il vero spettacolo. L’attrice principale (Anna Tamborrino) si unisce agli spettatori rimasti ed inizia una sorta di dibattito, risponde alle accuse, ed inizia un suo delirante turpiloquio, fatto di parolacce e bestemmie, pensa di sapere come gira il mondo e di come dev’ essere il teatro, denuncia il fatto che per vivere deve lavorare in un call center e protesta per gli stipendi dei docenti universitari e dei direttori dei Teatri Stabili, è un delirio di parole e volgarità, eppure c’è chi sta ad ascoltarla. E’ il teatro nel teatro, seppure discutibile è più credibile adesso di quando era in scena. Ma è solo sterile violenza, queste urla non sono costruttive, dov’è l’arte? Dov’è il teatro? In giro ce ne già troppa di gente che pensa di esprimere il proprio dissenso con la violenza, ma qui in questo contesto, lo spettatore “coglione”vuole vedere un nuovo  Teatro, che di forza può averne, ma bisogna saperla dimostrare.
Ricordate che all’inizio ho scritto che la compagnia è stata presentata dal Professor Gigi Livio? Beh nella sua introduzione ha citato il commento fatto da una signora o signorina su un sito internet, a proposito di una serata da lui presentata circa tre mesi fa, in cui veniva definito “…troppo didattico…” evidentemente infastidito dal commento ha detto di averlo preso come un complimento e da li ha iniziato con la presentazione della compagnia. La signorina in questione è la sottoscritta, il sito internet altro non è che il nostro blog “damsdalvivo”. Dunque se un docente del calibro di Gigi Livio, a distanza di mesi è ancora irritato da un commento (che non voleva essere nè negativo nè positivo, ma semplicemente descrittivo) riportato su un blog studentesco, forse significa che si è trovato un nuovo modo di fare PROVOCAZIONE?
D. T.
postato da: damsdalvivo alle ore 14/03/2007 15:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 12 marzo 2007

Ascolto impegnativo di madrigali cinquecenteschi, curioso il palco del Conservatorio animato soltanto da voci umane. Non badando troppo al senso delle parole, parrebbe di sentir salmodiare quattro abati. Il tema ricorrente è la sofferenza d'amore (e la morte), rubo qualche verso in francese antico (concerto utile anche per i linguisti!) "Complainctes, pleurs, ennuys, gemissementz" (lamenti, pianti, paure e gemiti) e ancora "Car nuict et jour je ne fais que penser / A ma douleur et soubdaine infortune" (Perché notte e giorno non faccio che pensare / al mio dolore e all'improvvisa disgrazia). In quest'ultimo caso le voci entrano una ad una nel verso come a sottolineare questo continuo ripensare. Spesso la musica conferisce un particolare sapore al verso. Talvolta, le sillabe si moltiplicano nel cantare "mill'e mille volt'il giorno" (Cipriano de Rore, "Ancor che col partire") oppure piccole scale ascendenti rendono il faticoso ultimo dire del morente "Before I die, I'll sing my faint farewell, farewell" (Prima di morire, canterò il mio debole addio, addio; T. Weelks, "Cease sorrows now") e la ripetizione di "farewell" imita il suono delle campane appena suggerito dal verso precedente.

Incredibili gli attacchi immediati a più voci e i pianissimi della conclusione. Le voci  imitano l'incedere solenne di un organo, oppure si rincorrono affannosamente. Struggente l'a solo del baritono Gordon Jones all'inizio di "My love she mourn'th" ("Il mio amore piange per me", W. Cornysh), un brano che prevede un indugiare dei cantori sul ritornello finale "Mourn ya no more for me" (più non piangere per me). In "Remember me my dear" ("Ricordati, di me mia cara, Anonimo"), l'imperativo ricorre ben otto volte! Ancora la ripetizione emula il crescere delle onde delle lacrime in cui il cantore intende annegare "O when begin you to swell so high / Thet I may drown me in you" (Quando vi gonfierete così tanto ch'io potrò annegarmi in voi?; "Weep, o mine eyes", J. Bennet).

Un "a solo" del tenore con l' "Elore" finale (nome del fedele amore) sembra toccare il soffitto della sala del conservatorio ("In a garden so green", Anonimo scozzese). Discretamente imprevedibile anche la nota su cui termina il brano, p. es. proprio nel finale "D'asprezza colme, o notti acerb'e dure" ("O sonno", Cipriano da Rore), forse proprio per sottolineare la durezza della notte che reca sollievo al cuore, il finale resta in un'atmosfera di sospensione... rotta naturalmente dallo scrosciare dell'applauso del pubblico in sala.

Due link suggeriti per approfondire, uno sugli autori dei brani (http://www.earlymusic.bc.ca/0-ssn-main02-hilliard.htm al sito ufficiale del quartetto (http://www.hilliardensemble.demon.co.uk/Gallery.html). ),uno

pg

postato da: pgoderda alle ore 12/03/2007 22:43 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 06 marzo 2007
Singolare contaminazione tra teatro e musica. Con il biglietto staccato dal Teatro Stabile sono andato a sentire Mendelssohn all'Auditorium del Lingotto mentre domani lo spettacolo verrà replicato per l'Unione Musicale (ricordo che come studenti del Dams abbiamo accesso con soli 4 euro, previo ritiro di tesserina in P.zza Castello!). Sullo sfondo la tragedia di Sofocle e forse questo ha spinto la grande partecipazione di studenti, sarebbe stato contento a vederli sciamare alla fine dello spettacolo il direttore di Sistema Musica,  Nicola Campogrande, sempre preoccupato per il futuro del pubblico della musica colta. Si intrecciava la recitazione  del gruppo Schauspielfrankfurt con le parti cantate dal Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi. Grande Oliver Kraushaar nel ruolo di Edipo, la sua recitazione forte e chiara permetteva di cogliere qualche parola di tedesco anche ai principianti. Il coro rendeva nei momenti di "fortissimo" dell'orchestra, un po' sottodimensionato e soverchiato dagli strumenti nei momenti di dialogo. Struggente, tuttavia, la preghiera dei morti così come il suono del flauto che chiosa l'elogio corale dell'Attica; coinvolgente il tempo di marcia, anzi come scrive Elisabetta Fava nel programma di sala, "il ritmo galoppante di battaglia" nel secondo stasimo. Anche il programma di sala è curioso, per la prima volta si legge il curriculum degli attori (come se fossero musicisti), difficilmente trovabili nei classici foglietti distribuiti prima di uno spettacolo teatrale. Necessario un ascolto attento per cogliere il tono di musica che contrappunta talvolta anche il recitato, gli interventi di Mendelssohn là dove canta il coro, i movimenti degli attori. Sarebbe necessaria una preparazione con lettura dell'opera di Sofocle e avrebbe aiutato avere a disposizione il testo cantato dal coro. I sopratitoli in italiano rappresentano una traduzione conoscitiva ma la poesia si perde di traduzione in traduzione. Applausi prolungati e classico boato da parte degli studenti. pg
postato da: pgoderda alle ore 06/03/2007 22:02 | Permalink | commenti (1)
categoria:
venerdì, 02 marzo 2007

Una forbice aperta, quasi una rivoltella,  piantata in una tinozza piena di sale fra due arance rosse. Un monito sulla sinistra del palco, anzi del tappeto bianco dove si dipana lo spettacolo "Uncinné dedicato a Rita Atria". La regista, Pietra Selva Nicolicchia, viene da Palermo e porta "la temperatura, la dimensione dell'immaginario di quella terra" così come rivela in una conversazione dopo-spettacolo, sapientemente orchestrata da Graziano Melano nella caffetteria della Casa del Teatro dei ragazzi e dei giovani.

Lo spettacolo ricostruisce in un tragico countdown gli ultimi mesi di vita di Rita Atria, collaboratrice di giustizia al fianco di Paolo Borsellino, dopo che nel 1985 perde il padre, don Vito Atria e nel 1991 il fratello, Nicola, entrambi invischiati in un tessuto di mafia a Partanna nella Val Belice, nel trapanese.

La protagonista, impersonata da Michela Lucenti, si esprime al meglio nella danza, prima con sottofondo di banda di ottoni, poi con un brano di musica aborigena rituale e nel finale abbracciata al fratello Nicola (Savino Genovese), per dimostrare la "normalità" di Rita, la sua dolcezza, fragilità, umanità. Nel periodo romano, quando ormai è divenuta collaboratrice di giustizia, scopre la bellezza di poter andare al cinema e di potersi innamorare di Gabriele, per tutto lo spettacolo indossa un vestito da sposa.

Al suo fianco la madre stralunata (Aidi Tamburrino) e la moglie di Nicola (Francesca Ardesi) mentre si rievocano le date fondamentali della storia come l'uccisione del giudice Falcone. L'esplosione assassina rievocata ci fa letteralmente sobbalzare sulle sedie. Inserti dal diario di Rita sono stati ricavati dal libro di S: RIZZA, Una ragazza contro la mafia.

Fra il pubblico, alcune classi di studenti. Alla regista piace quando ci sono i ragazzi dell'età di Rita per sentire i loro rimandi: "Non potevo non fare uno spettacolo su Rita Atria perché non fossero dimenticate le qualità del personaggio, il coraggio, la caparbietà, la dolcezza...Rita nasce da don Vito Atria, mafioso, passa per il dolore del lutto e segue l'esempio della cognata Piera Aiello, rompe col legame familiare della madre, scopre cose terribili del padre e del fratello che la coccolavano (mentre la madre la picchiava)". Michela Lucenti definisce lo spettacolo "poetico e onirico, pur mescolandosi con le ferite della nostra storia".  Per Savino Genovese è uno spettacolo sull'amore, si parla di famiglia, amore fraterno, amore per i propri cari, per la vita, per la giustizia, per la legge. Aidi Tamburrino ci rivela di essere nata lo stesso giorno del personaggio che rappresenta e svela le difficoltà di rivestire un personaggio tuttora vivente. La madre di Rita ha ricevuto violenze dal padre e dal marito, per cui ha imparato la lezione della violenza e l'unico modo per ferire don Vito era picchiare la figlia, la sua preferita. Sia don Vito che Nicola erano belli e simpatici, riflettono il lato seducente della mafia. Francesca Ardesi ha conosciuto Piera Aiello. Innamoratasi di Nicola e avendo scoperto che si trattava di un mafioso non potè che sposarlo in quanto don Vito le intimò: "Nessuno può lasciare un Atria". Aprì una pizzeria, ebbe una figlia, le ammazzarono il marito davanti ai suoi occhi. Sprezzante dei pericoli, scelse di percorrere la difficile via, sempre senza identità, di essere collaboratrice di giustiza, "una persona solare e coraggiosa" conclude Francesca.

I nomi citati nello spettacolo sono veri, anche il sindaco di Partanna è ancora stato rieletto. "Si tratta delle mie viscere" ribadisce ancora Pietra Nicolicchia "bisogna ricordarsi che la mafia è un fatto nazionale, non solo siciliano; è uno stato parallelo connivente con l'apparato politico". Lo spettacolo è girato in Piemonte e in Toscana, la vera sfida sarebbe portarlo in Sicilia. pg

 

postato da: pgoderda alle ore 02/03/2007 23:10 | Permalink | commenti (1)
categoria:
venerdì, 23 febbraio 2007

L'Internationale Kurzfilmtage Oberhausen è uno dei più importanti festival dedicati al cortometraggio. La prossima edizione si svolgerà dal 3 all'8 maggio. In questo periodo sono arrivate le principali opere della precedente edizione e saranno ancora in programmazione il 9 e il 16 marzo nella mitica sala 3 del cinema Massimo. Nella proiezione del 23 febbraio sono stati presentati i cortometraggi della sezione tedesca.

Halleluhah! di J. Hick mi ha rituffato nell'incredibile esperienza di Cologna 2005, fra le folle di giovani accorse per la giornata mondiale della gioventù. Accanto alle grida "Benedikto! Benedetto!", le rivendicazioni quanto mai attuali di un gruppo di omosessuali. Di sottofondo un canto del Rinnovamento dello Spirito se si può parlare di sottofondo in quanto il rumore assordante è quello che resta nella memoria.

Un sottile senso di angoscia lascia invece Motodrom, motodrome di J. Wagner. Spettacolari le riprese della classica giostra dove si vedono moto e auto correre in orizzontale. Belli gli effetti di animazione in Kein platz fur Gerold di D. Nocke, una surreale conversazione a quattro in una squallida comunità abitativa tedesca. A. Berger in O.T. Untitled illustra la sua psicoterapia con una cascata di parole che riempiono lo schermo completamente nero, quasi fossero lunghissimi sms. Ad un certo punto compare un batterista dentro il frigorifero (l'immagine è nel programma di sala). In Verena Verona di L. Randl, scene di corridoi d'albergo e clima da gita scolastica che un po' mi fa temere, dato che sono prossimo ad un viaggetto del genere a Praga.

C. Schmitz punta lo sguardo sugli anziani ("Benidorm"). Li si vede passare sulla spiaggia con inquadratura fissa, li vediamo in posa come se si trattasse di un'istantanea ma la cinepresa indugia per vari secondi in modo da poter osservare tutti i dettagli dei volti. Eccellenti le riprese di alberghi con un moltiplicarsi di balconi all'infinito.

Tra le finalità dell'iniziativa aggiungerei la valorizzazione della lingua tedesca. Non sono molte le occasioni di vedere film in lingua originale tedesca. Anche la biblioteca del Goethe Institut sta sempre più rimpicciolendosi e come studenti del Dams non possiamo essere insensibili a questo fenomeno. Le riviste di danza, di teatro, di arte contemporanea che si possono consultare mostrano una qualità di informazione assolutamente introvabile nelle nostre edicole. pg

postato da: pgoderda alle ore 23/02/2007 22:36 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 17 febbraio 2007

Cavallerizza Reale – Manica Lunga

                                                         13 Febbraio 2007

Amèlie Nothomb, nota scrittrice belga di lingua francese, ha pubblicato 14 romanzi, tradotti in 39 lingue, e venduto più di 8 milioni di copie, caratterizzati da una cifra stilistica incisiva, spesso crudele, ma, allo stesso tempo, colorata di un umorismo fulmineo e, oserei dire, paradossale.

         La storia del nemico eterno che gravita dentro e fuori di noi, che ci interroga continuamente, che ci opprime, ci soffoca, che si diverte con i nostri sentimenti, che si prende gioco di noi…per poi scoprire che il nemico siamo noi stessi è la storia messa in scena dai due attori torinesi: Michele di Mauro e Graziano Piazza.

Sono i protagonisti di una commedia dell’assurdo che si svolge nella sala d’attesa di un aeroporto, il non-luogo per antonomasia, riprodotto da una sorta di gabbia trapezoidale in metallo le cui pareti scompaiono e il “dentro” e  il “fuori” si confondono….i confini non ci sono.

         L’allestimento scenico l’ho trovato perfetto per rappresentare un luogo senza identità dove due perfetti sconosciuti si ritrovano ad incontrarsi in attesa di un volo in ritardo. Un’attesa che sarà più lunga del previsto, perché, in realtà, non c’è nulla da attendere, nulla fuorché la morte.

E’ un giallo, un dramma psicologico, una storia tra il mistico e l’ironico dove le vite dei due protagonisti si intrecciano, si contaminano fino a scoprire di essere la stessa persona. Sì…solo alla fine, almeno io personalmente, ho capito che il folle e schizofrenico Textor Texel fosse l’alter-ego di Jérôme Angust, l’uomo d’affari dall’apparenza quieta e diffidente, che si rivelerà l’artefice del suo stesso…tragico…destino. 

 

L’interpretazione dei due attori è stata davvero lodevole, in particolare riservo una personale laudatio a Michele di Mauro…eccezionale! Con estrema naturalezza, spontaneità, ma allo stesso tempo con rigore e precisione, si è calato nelle vesti di un personaggio complesso, l’alter ego negativo di un uomo qualsiasi che si ritrova colpevole di un omicidio senza capire perché, quando e dove, che cerca ancora di giustificarsi per seppellire la sua colpa. L’attore torinese ha ripetuto per tutta la messa in scena atteggiamenti tipici di uno schizofrenico: un leggero tic del collo combinato ad un‘espressione del viso allucinata, sguardo incisivo, impietoso e, a tratti fulminei, ironico…Un abbigliamento stravagante, in forte contrasto con l’abito classico dell’uomo d’affari (la sua presunta vittima…); una camminata quasi grottesca, un’abilità nel plasmare la voce degna di nota. Insomma, non è difficile intuire il mio entusiasmo a fine spettacolo!!!

 

D’altronde non voglio assolutamente sminuire il suo compagno d’avventura. Anche Piazza ha dimostrato di essere un VERO attore, sempre coerente nel suo personaggio ( contrariamente alle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico): distinto, diffidente, dalla logica ferrea e razionale che si trasforma improvvisamente, nell’epilogo della piecé, in un essere paranoiato dal sesso, dalla morte, dai desideri, dai sensi di colpa…l’emblema della coscienza contemporanea.

 

Oltre agli attori, alla scenografia e al pubblico, c’è un altro personaggio che prende voce…il VIDEO. Questo personaggio che diventa tale solo se viene utilizzato con senso e criterio. In questo caso le immagini proiettate sugli oggetti di scena le ho trovate piuttosto gratuite e troppo descrittive…decisamente superflue…mentre l’uso di immagini e testo in movimento, in sincronia con un ritmo musicale forte e travolgente, è stato davvero coinvolgente ed emozionante…a tratti straziante!

 

 

...ergo…vi consiglio vivamente di farvi catturare dal vortice inquietante e crudele che ruota attorno a questo noir dei nostri giorni...

 

Francesca Saraullo

DI questo spettacolo sono state fatte altre recensioni, dai nostri blogger che hanno avuto la fortuna di vederlo durante il festival delle colline 2006 in anteprima...

Clicca qui per leggere cosa è stato scritto.

Clicca per sentire l'intervista di Jacopo Michieli a Michele di Mauro.

(La redazione)

postato da: damsdalvivo alle ore 17/02/2007 14:44 | Permalink | commenti (1)
categoria:michele di mauro, cosmetica del nemico