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veniteci a trovare.
Ora siamo ancora più scatenati!
Scusate per il disagio.
Jacopo Michieli
Per festeggiare l'ottavo compleanno del Balletto dell’Esperia, la compagnia presenta "Schegge", uno spettacolo-galà, costituito da estratti delle più importanti coreografie della compagnia e da alcuni brevi assaggi di produzioni inedite. Il palco che li ospita è quello della cavallerizza reale, uno spazio che non ho mai visto e che trovo gradevolmente accogliente. Lo spettacolo comincia verso le 9.30, con la platea gremita di gente. Il mio volto che cerca di essere rilassato e disteso, come a voler dimostrare di essere a mio agio in un ambiente che ben conosco, lascia invece trasparire l’emozione dell’essere in realtà, per la prima volta, spettatore ad una rappresentazione di danza. Lo spettacolo inizia, “Distillate manovre”, coreografato da Polo Mohovich, è la prima rappresentazione, su musica dei Rem. Quattro corpi al centro del palco si muovono lentamente, con eleganza, si stringono e si fondono tra loro, braccia si muovono sontuosamente alla ricerca di un contatto, ma rapidamente si ritirano come serpenti spaventati al suo incontro, e gambe che si slanciano verso l’alto per poi riposarsi delicatamente a terra. Rimango molto affascinato da questa coreografia così sperimentale, l’attenzione di tutti è stata facilmete catturata, lo spettacolo può andare avanti. Sono undici le “schegge” che formano l’intero spettacolo, spesso molto diverse tra loro, sia nella forma stilistica, che nell’emozione trasmesseci. Tra quelle per me più coinvolgenti, rientrano sicuramente, oltre a quella di Distillate manovre, l’estratto da “When water Wishpers”, coreografata da Imma Rubio, che chiude la prima parte dello spettacolo, ma anche Foglia caduca, interpretata dallo stesso Mohovich, su musiche di Ben Harper. E infine, e chi non sarà d’accordo con me, l’estratto da “Pop-act1” – The sodom and Gomorrah show, la coreografia che chiude la serata, energica e divertente, su musica dei Pet Shop Boys, che come fa già intendere il titolo, ha una forte componente pop. Applausi, l’intera compagnia in fila sul palco avanza, raccoglie le sue gratifiche, si inchina e nel tornare indietro si spengono le luci. Ma gli applausi continuano, si riaccendono le luci, tutti i ballerini allora tornano a salutare il pubblico, inchino, arretrano, via le luci…, ma gli applausi continuano, il rito si ripete, ancora e ancora, per circa cinque minuti. Inizia a diventare irritante la cosa. Capisco il loro gioco, finchè continueremo noi, continueranno anche loro, allora penso:<< va bene, smetto per primo io>>, abbandono l’applauso, il pubblico intero subito segue il mio gesto ed in pochi secondi è silenzio.
Roberto PolizziAscolto impegnativo di madrigali cinquecenteschi, curioso il palco del Conservatorio animato soltanto da voci umane. Non badando troppo al senso delle parole, parrebbe di sentir salmodiare quattro abati. Il tema ricorrente è la sofferenza d'amore (e la morte), rubo qualche verso in francese antico (concerto utile anche per i linguisti!) "Complainctes, pleurs, ennuys, gemissementz" (lamenti, pianti, paure e gemiti) e ancora "Car nuict et jour je ne fais que penser / A ma douleur et soubdaine infortune" (Perché notte e giorno non faccio che pensare / al mio dolore e all'improvvisa disgrazia). In quest'ultimo caso le voci entrano una ad una nel verso come a sottolineare questo continuo ripensare. Spesso la musica conferisce un particolare sapore al verso. Talvolta, le sillabe si moltiplicano nel cantare "mill'e mille volt'il giorno" (Cipriano de Rore, "Ancor che col partire") oppure piccole scale ascendenti rendono il faticoso ultimo dire del morente "Before I die, I'll sing my faint farewell, farewell" (Prima di morire, canterò il mio debole addio, addio; T. Weelks, "Cease sorrows now") e la ripetizione di "farewell" imita il suono delle campane appena suggerito dal verso precedente.
Incredibili gli attacchi immediati a più voci e i pianissimi della conclusione. Le voci imitano l'incedere solenne di un organo, oppure si rincorrono affannosamente. Struggente l'a solo del baritono Gordon Jones all'inizio di "My love she mourn'th" ("Il mio amore piange per me", W. Cornysh), un brano che prevede un indugiare dei cantori sul ritornello finale "Mourn ya no more for me" (più non piangere per me). In "Remember me my dear" ("Ricordati, di me mia cara, Anonimo"), l'imperativo ricorre ben otto volte! Ancora la ripetizione emula il crescere delle onde delle lacrime in cui il cantore intende annegare "O when begin you to swell so high / Thet I may drown me in you" (Quando vi gonfierete così tanto ch'io potrò annegarmi in voi?; "Weep, o mine eyes", J. Bennet).
Un "a solo" del tenore con l' "Elore" finale (nome del fedele amore) sembra toccare il soffitto della sala del conservatorio ("In a garden so green", Anonimo scozzese). Discretamente imprevedibile anche la nota su cui termina il brano, p. es. proprio nel finale "D'asprezza colme, o notti acerb'e dure" ("O sonno", Cipriano da Rore), forse proprio per sottolineare la durezza della notte che reca sollievo al cuore, il finale resta in un'atmosfera di sospensione... rotta naturalmente dallo scrosciare dell'applauso del pubblico in sala.
Due link suggeriti per approfondire, uno sugli autori dei brani (http://www.earlymusic.bc.ca/0-ssn-main02-hilliard.htm al sito ufficiale del quartetto (http://www.hilliardensemble.demon.co.uk/Gallery.html). ),uno
pg
Una forbice aperta, quasi una rivoltella, piantata in una tinozza piena di sale fra due arance rosse. Un monito sulla sinistra del palco, anzi del tappeto bianco dove si dipana lo spettacolo "Uncinné dedicato a Rita Atria". La regista, Pietra Selva Nicolicchia, viene da Palermo e porta "la temperatura, la dimensione dell'immaginario di quella terra" così come rivela in una conversazione dopo-spettacolo, sapientemente orchestrata da Graziano Melano nella caffetteria della Casa del Teatro dei ragazzi e dei giovani.
Lo spettacolo ricostruisce in un tragico countdown gli ultimi mesi di vita di Rita Atria, collaboratrice di giustizia al fianco di Paolo Borsellino, dopo che nel 1985 perde il padre, don Vito Atria e nel 1991 il fratello, Nicola, entrambi invischiati in un tessuto di mafia a Partanna nella Val Belice, nel trapanese.
La protagonista, impersonata da Michela Lucenti, si esprime al meglio nella danza, prima con sottofondo di banda di ottoni, poi con un brano di musica aborigena rituale e nel finale abbracciata al fratello Nicola (Savino Genovese), per dimostrare la "normalità" di Rita, la sua dolcezza, fragilità, umanità. Nel periodo romano, quando ormai è divenuta collaboratrice di giustizia, scopre la bellezza di poter andare al cinema e di potersi innamorare di Gabriele, per tutto lo spettacolo indossa un vestito da sposa.
Al suo fianco la madre stralunata (Aidi Tamburrino) e la moglie di Nicola (Francesca Ardesi) mentre si rievocano le date fondamentali della storia come l'uccisione del giudice Falcone. L'esplosione assassina rievocata ci fa letteralmente sobbalzare sulle sedie. Inserti dal diario di Rita sono stati ricavati dal libro di S: RIZZA, Una ragazza contro la mafia.
Fra il pubblico, alcune classi di studenti. Alla regista piace quando ci sono i ragazzi dell'età di Rita per sentire i loro rimandi: "Non potevo non fare uno spettacolo su Rita Atria perché non fossero dimenticate le qualità del personaggio, il coraggio, la caparbietà, la dolcezza...Rita nasce da don Vito Atria, mafioso, passa per il dolore del lutto e segue l'esempio della cognata Piera Aiello, rompe col legame familiare della madre, scopre cose terribili del padre e del fratello che la coccolavano (mentre la madre la picchiava)". Michela Lucenti definisce lo spettacolo "poetico e onirico, pur mescolandosi con le ferite della nostra storia". Per Savino Genovese è uno spettacolo sull'amore, si parla di famiglia, amore fraterno, amore per i propri cari, per la vita, per la giustizia, per la legge. Aidi Tamburrino ci rivela di essere nata lo stesso giorno del personaggio che rappresenta e svela le difficoltà di rivestire un personaggio tuttora vivente. La madre di Rita ha ricevuto violenze dal padre e dal marito, per cui ha imparato la lezione della violenza e l'unico modo per ferire don Vito era picchiare la figlia, la sua preferita. Sia don Vito che Nicola erano belli e simpatici, riflettono il lato seducente della mafia. Francesca Ardesi ha conosciuto Piera Aiello. Innamoratasi di Nicola e avendo scoperto che si trattava di un mafioso non potè che sposarlo in quanto don Vito le intimò: "Nessuno può lasciare un Atria". Aprì una pizzeria, ebbe una figlia, le ammazzarono il marito davanti ai suoi occhi. Sprezzante dei pericoli, scelse di percorrere la difficile via, sempre senza identità, di essere collaboratrice di giustiza, "una persona solare e coraggiosa" conclude Francesca.
I nomi citati nello spettacolo sono veri, anche il sindaco di Partanna è ancora stato rieletto. "Si tratta delle mie viscere" ribadisce ancora Pietra Nicolicchia "bisogna ricordarsi che la mafia è un fatto nazionale, non solo siciliano; è uno stato parallelo connivente con l'apparato politico". Lo spettacolo è girato in Piemonte e in Toscana, la vera sfida sarebbe portarlo in Sicilia. pg
L'Internationale Kurzfilmtage Oberhausen è uno dei più importanti festival dedicati al cortometraggio. La prossima edizione si svolgerà dal 3 all'8 maggio. In questo periodo sono arrivate le principali opere della precedente edizione e saranno ancora in programmazione il 9 e il 16 marzo nella mitica sala 3 del cinema Massimo. Nella proiezione del 23 febbraio sono stati presentati i cortometraggi della sezione tedesca.
Halleluhah! di J. Hick mi ha rituffato nell'incredibile esperienza di Cologna 2005, fra le folle di giovani accorse per la giornata mondiale della gioventù. Accanto alle grida "Benedikto! Benedetto!", le rivendicazioni quanto mai attuali di un gruppo di omosessuali. Di sottofondo un canto del Rinnovamento dello Spirito se si può parlare di sottofondo in quanto il rumore assordante è quello che resta nella memoria.
Un sottile senso di angoscia lascia invece Motodrom, motodrome di J. Wagner. Spettacolari le riprese della classica giostra dove si vedono moto e auto correre in orizzontale. Belli gli effetti di animazione in Kein platz fur Gerold di D. Nocke, una surreale conversazione a quattro in una squallida comunità abitativa tedesca. A. Berger in O.T. Untitled illustra la sua psicoterapia con una cascata di parole che riempiono lo schermo completamente nero, quasi fossero lunghissimi sms. Ad un certo punto compare un batterista dentro il frigorifero (l'immagine è nel programma di sala). In Verena Verona di L. Randl, scene di corridoi d'albergo e clima da gita scolastica che un po' mi fa temere, dato che sono prossimo ad un viaggetto del genere a Praga.
C. Schmitz punta lo sguardo sugli anziani ("Benidorm"). Li si vede passare sulla spiaggia con inquadratura fissa, li vediamo in posa come se si trattasse di un'istantanea ma la cinepresa indugia per vari secondi in modo da poter osservare tutti i dettagli dei volti. Eccellenti le riprese di alberghi con un moltiplicarsi di balconi all'infinito.
Tra le finalità dell'iniziativa aggiungerei la valorizzazione della lingua tedesca. Non sono molte le occasioni di vedere film in lingua originale tedesca. Anche la biblioteca del Goethe Institut sta sempre più rimpicciolendosi e come studenti del Dams non possiamo essere insensibili a questo fenomeno. Le riviste di danza, di teatro, di arte contemporanea che si possono consultare mostrano una qualità di informazione assolutamente introvabile nelle nostre edicole. pg
Cavallerizza Reale – Manica Lunga
13 Febbraio 2007
Amèlie Nothomb, nota scrittrice belga di lingua francese, ha pubblicato 14 romanzi, tradotti in 39 lingue, e venduto più di 8 milioni di copie, caratterizzati da una cifra stilistica incisiva, spesso crudele, ma, allo stesso tempo, colorata di un umorismo fulmineo e, oserei dire, paradossale.
La storia del nemico eterno che gravita dentro e fuori di noi, che ci interroga continuamente, che ci opprime, ci soffoca, che si diverte con i nostri sentimenti, che si prende gioco di noi…per poi scoprire che il nemico siamo noi stessi è la storia messa in scena dai due attori torinesi: Michele di Mauro e Graziano Piazza.
Sono i protagonisti di una commedia dell’assurdo che si svolge nella sala d’attesa di un aeroporto, il non-luogo per antonomasia, riprodotto da una sorta di gabbia trapezoidale in metallo le cui pareti scompaiono e il “dentro” e il “fuori” si confondono….i confini non ci sono.
L’allestimento scenico l’ho trovato perfetto per rappresentare un luogo senza identità dove due perfetti sconosciuti si ritrovano ad incontrarsi in attesa di un volo in ritardo. Un’attesa che sarà più lunga del previsto, perché, in realtà, non c’è nulla da attendere, nulla fuorché la morte.
E’ un giallo, un dramma psicologico, una storia tra il mistico e l’ironico dove le vite dei due protagonisti si intrecciano, si contaminano fino a scoprire di essere la stessa persona. Sì…solo alla fine, almeno io personalmente, ho capito che il folle e schizofrenico Textor Texel fosse l’alter-ego di Jérôme Angust, l’uomo d’affari dall’apparenza quieta e diffidente, che si rivelerà l’artefice del suo stesso…tragico…destino.
L’interpretazione dei due attori è stata davvero lodevole, in particolare riservo una personale laudatio a Michele di Mauro…eccezionale! Con estrema naturalezza, spontaneità, ma allo stesso tempo con rigore e precisione, si è calato nelle vesti di un personaggio complesso, l’alter ego negativo di un uomo qualsiasi che si ritrova colpevole di un omicidio senza capire perché, quando e dove, che cerca ancora di giustificarsi per seppellire la sua colpa. L’attore torinese ha ripetuto per tutta la messa in scena atteggiamenti tipici di uno schizofrenico: un leggero tic del collo combinato ad un‘espressione del viso allucinata, sguardo incisivo, impietoso e, a tratti fulminei, ironico…Un abbigliamento stravagante, in forte contrasto con l’abito classico dell’uomo d’affari (la sua presunta vittima…); una camminata quasi grottesca, un’abilità nel plasmare la voce degna di nota. Insomma, non è difficile intuire il mio entusiasmo a fine spettacolo!!!
D’altronde non voglio assolutamente sminuire il suo compagno d’avventura. Anche Piazza ha dimostrato di essere un VERO attore, sempre coerente nel suo personaggio ( contrariamente alle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico): distinto, diffidente, dalla logica ferrea e razionale che si trasforma improvvisamente, nell’epilogo della piecé, in un essere paranoiato dal sesso, dalla morte, dai desideri, dai sensi di colpa…l’emblema della coscienza contemporanea.
Oltre agli attori, alla scenografia e al pubblico, c’è un altro personaggio che prende voce…il VIDEO. Questo personaggio che diventa tale solo se viene utilizzato con senso e criterio. In questo caso le immagini proiettate sugli oggetti di scena le ho trovate piuttosto gratuite e troppo descrittive…decisamente superflue…mentre l’uso di immagini e testo in movimento, in sincronia con un ritmo musicale forte e travolgente, è stato davvero coinvolgente ed emozionante…a tratti straziante!
...ergo…vi consiglio vivamente di farvi catturare dal vortice inquietante e crudele che ruota attorno a questo noir dei nostri giorni...
Francesca Saraullo
DI questo spettacolo sono state fatte altre recensioni, dai nostri blogger che hanno avuto la fortuna di vederlo durante il festival delle colline 2006 in anteprima...
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(La redazione)